giovedì 15 marzo 2012

Racconti brevi di MARCUSAVERIOL

La fraintendenza ai beni culturali

Quando non ci sono più dubbi ed è ormai sicuro che la fraintendenza stia arrivando per l’annuale ispezione subito nel paese di Sa si sparge il panico. Il sindaco specialmente entra in una specie di crisi di nervi.

“Un anno di lavoro buttato, un anno di lavoro alle ortiche! Vedrai se non è così!”.

Lo strillone (si perché nel paese di Sa ancora esiste lo strillone) ha il compito di avvertire la cittadinanza quando dall’alto delle mura la vede arrivare a tutto gas.

“Arriva la fraintendenza! Arriva! Non ci sono malintesi, arriva!”.

La gente tira dentro i vasi di valore, copre i portoni antichi, camuffa i muretti a secco con del grasso, insomma cerca in tutti i modi di prendere l’arte e metterla da parte.

Ma per i beni culturali più grandi non c’è nulla da fare. Come nascondere una torre, una piazza o una fontana?

C’è da dire infatti che la fraintendenza, un po’ come la morte, arriva sempre inaspettata e repentina. Non sai quando ma puoi star certo che arriverà, con la sua topolino color amaranto, che sfreccia cabriolet tra le colline, musica a tutto volume. Al volante la “bionda”, cioè appunto la fraintendente ai beni culturali, chiamata così perché sempre con la cicca in bocca.

Eccola che canta Conte: “Sulla topolino amaranto dai siedimi accanto che adesso si va, se le lascio sciolta un po’ la briglia, mi sembra un’Aprilia, rivali non ha!!!!”.

Sgommata sul brecciolino e apertura della portiera stile diva di Hollywood. Tacco dodici, capelli al vento e piglio deciso. Non si può sfuggire alla furia cieca di questa donna istituzionalizzata.

“Benarrivata Signorina” abbozza il sindaco.

“Salve a lei, come vanno le cose?”.

“Fino ad ora… ringraziando iddio… tutto bene…”.

“Beni beni…”.

Ogni tanto la signorina sbaglia le parole.

Fiuta l’aria: “Pucci pucci… sento odor di calcestruzzi, non è che stiamo cementificando un po’ troppo qui?”.

“Ma a dire il vero Signorina… il piano regolatore è fermo dal 1980”.

“Vedremo, vedremo…”.

Inizia il suo giro, seguita dall’ossequioso sindaco e un manipolo di assessori chini.

La tensione si taglia con il coltello. La gente, quando passa tra le vie, chiude gli scuri, come nei film western al passaggio dei pistoleri.

Si ferma davanti al monumento più grande della città, nella piazza principale del paese. Lo scruta dal basso in alto e poi dice: “E questo? Non mi sembra di averlo mai visto. Com’è possibili?”.

“Sembrava troppo bello anche a me” risponde d’impulso il sindaco, ma poi si corregge: “Voglio dire… non è una cosa poi così importante, proseguiamo il giro…”.

“Ma lei è mazzo! Siamo di fronte ad un obelischi egizio di fine fattura!”.

“A dire il vero” s’intromette l’assessore alla cultura, “è una torre medievale di fine ‘200”.

“Mi stupisco di lei assassino alla cultura. Questo è un obelischi del 2000 avanti Cristo, lo dimostrano i geroglifici”.

“Sono graffiti signorina…”.

“Graffiti o geroglifici, ci sono pacchi di lettere in comune, quindi…”.

Il sindaco cerca di sviare il discorso.

“Si si è vero, però vorrei farle vedere un altro monumento…”.

“Mi lasci pensari” lo interrompe lei sempre molto autoritaria, “Ho in mente un intromissione per questo obelischi…”.

“Ecco ci siamo… è fatta…” dice il sindaco rassegnato.

“E’ ormai abitudini italiane riconsegnare al paesi di provenienza i lunghi beni marmorei saccheggiati nel passato dal nostro colonialismo, ad evidente dimostrazione del fatto che ormai il maschi italico ha bell’e superato l’invidia del pene che da sempre nutre verso gli africani. Quindi propongo di restituire questo obelischi all’Egitto e di piazzarglielo in qualche bucio di paesi e vedrete che i nostri rapporti d’amicizie con quella nazioni, dopo questo geste, miglioreranno assàie”.

Il sindaco un altro po’ sviene.

“Una torre medievale lungo il Nilo!”.

“Sindaco!” lo ammonisce subito la Bionda, “Come possiamo pretendere che la Gioconda ritorni in Italia se non diamo noi il buon esempie?”.

Le bocche degli assessori sono tutte spalancate.

Ma la Bionda prosegue imperterrita: “Stanzio… stanzio…”, e

incomincia a vorticare la mano nell’aria come a voler cogliere l’ispirazione.

“Stanzio… 1 milione di euro per quest’intromissione!”.

Cadono tutti a terra tramortiti.

Il giro prosegue, fino ad arrivare davanti ad un immenso scheletro di cemento, un centro commerciale mai finito.

“Incredibili!” esclama la Bionda.

“Si lo so” dice il Sindaco, “non c’ho potuto fare niente. Abbiamo avuto pesanti infiltrazioni della mafia cinese”.

“Ma quale Cina e Cina d’Egitto! Questo è greco! Antico greco!”.

“In che senso?”.

“Nel senso che queste sono evidentissimamente rovine di un enormi templio, con relativi fuori!”.

Il Sindaco ci riprova, con la calma: “Signorina fraintendente va bene scambiare un’opera per un’altra, ma prendere fischi per fiaschi in questa maniera! Questa che abbiamo davanti è una delle tipiche cattedrali nel deserto del nostro bel paese, ma degli ultimi 40 anni! e non ha nessun valore artistico, storico o culturale tout court!”.

A quel punto la signorina si toglie gli occhiali e lo fissa dritto negli occhi: “Lei Signor Sindaco non mi concince… il suo discorso mi puzze. Di chi sta facendo il gioco? Perché non ha mai valorizzato quest’opera? Vuole farne del terreno edificabile per qualche futuro scempie architettoniche?”.

Al Sindaco incomincia a tremare il ciglio sinistro.

“Finché non ripuliremi l’Italia da simili politici sarà difficile mettersi in paro con il resto dell’Europa, sarà difficile far capire al resto del monde che abbiamo a cuore al nostro patrimonio, che abbiamo capito le lezioni inferteci dalla recente storia, punzunellata da speculazione, corruzione e sprechi. L’Italia ha perso se stessi e non sa più dove stia andando. Finché non ritroverà il coriandolo della matassa della propria identità, nulla di buono potrà succederi sotto questi cielo, ringraziando iddio sempre azzurro come al tempo dei nostri papà”.

E giù a cantare Conte: “Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me. Mi accorgo di non avere più risorse senza di te!”.

Cantando Conte non sbagliava mai le parole.

Poi si ferma e sentenzia: “Stanzio… Stanzio…”.

Il tempo sembra sospendersi.

“Stanzio… 3 milioni di euro!”.

“Ma andranno tutti alla Mafia!”.

“Anche la Mafia, caro sindaco, è ormai da considerarsi un beni culturale italiano”.

Conati di vomito tra gli assessori.

Arrivano adesso davanti ad una piccolissima ma bellissima chiesa romanica, in disparte, poco valorizzata, con dei lavori in corso nei pressi dell’altare.

“Una pala d’altare del XIII secolo!” esclama la Bionda.

Il sindaco, esausto, non ce la fa più nemmeno a parlare, a controbattere, ma con un filo di voce cerca di dissentire:

“Non è una pala d’altare, ma un pala appoggiata ad un altare. Una pala, una vanga, un badile…”.

“Egregio signor Sindaco, lei mi ha rotto e poi scocciato con lo scotch! Questa pala d’altare è un’opera eccellentissimi e sacri. E lei un pessimo amministratori. Come ha fatto a lasciarla incustodita e alle intemperie per così tanti tempi?”.

Raccoglie con delicatezza la vanga e ne ispeziona la magnificente fattura.

“Delicatissimo dipinto di Maria Vergini che ascende al cielo, in estasi, tra effetti di luci di energia divina abbagliante e la concitata azione vorticosa di alcuni angeli in tumulti… di sicuro un’opera di Tiziano”.

“Si” risponde una voce da non si sa dove, “Tiziano er muratore de Genzano!”.

“Chi ha parlato! Chi ha osato offenderi l’arti rinascimentali del nostro beneamato e pluriosannato Tiziano!?”.

Nel silenzio della Chiesa si sente riecheggiare una fragorosa pernacchia, che fa scoppiare in una risata tutti gli assessori e anche il sindaco.

La Signorina Fraintendente diviene rossa come un peperone dalla rabbia e inizia a vorticare la pala, brandendola come un’arma contundente. Poi mette da parte l’arte e parte a minacciare.

“Chi è stato?! Lo sconquassi! Quanta ignorantità che mi circonda!”.

Ma gli assessori si sono fatti coraggio e la circondano per davvero, preparandosi a sferrare l’attacco immobilizzatore.

“Stia buona Fräulein Fraintendente… stia buona…”.

Girano e rigirano attorno alla preda come lupi attorno al fuoco umano…

Ma non si viene a capo di una fraintendente così facilmente. Ella si muove sinuosa e indecifrabile; pare dirigersi a destra e invece no; pare mirare al volto ma poi fa bella mostra di un colpo al basso ventre. Finta di su, finta di giù…

In pochi minuti sbaraglia tutti i politicanti, chi con un fendente, chi con una bastonata tra capo e collo, compreso il sindaco, valorosamente caduto con un piattone sulla schiena.

La fraintendente adesso si erge fiera sul mucchio di vinti, con la pala di Tiziano in mano, come lancia e scettro, e a vederla così sembra proprio la Vergine Maria vittoriosa sul male che lei pensa esser raffigurata sul badile.

“Adesso si faccia avanti lo spernacchiatore, se ha coraggio!” urla a gran voce, ancora ansante.

Dal colonnato della navata laterale destra esce una donna in tailleur, dai lineamenti tirati come un tamburo, il seno a due e due, che indossa occhiali scuri anni settanta. Enigmatici.

Appena la fraintendente la riconosce cade in ginocchio, come avesse visto Madonna.

“Minestra… Minestra…” dice ossequiosa, “Non sapevo ci fosse lei dietro quegli sbefferdamenti”.

E’ la Ministra della Cultura.

La minestra, cioè voglio dire la Ministra, le posa una mano a cucchiaio sul capo e le dice: “Taci e non aver paura perché della tua incompetenza voglio premiarti”.

“Premiarmi? Non faccio altri che il mio doveri”.

“Appunto. Ma questi politici qui, che tu hai giustamente messo a tacere con la tua cultura, non lo facevano. Non capivano quando c’era bisogno di fraintendere e quando no. Non capivano che un politico non può sempre dire le cose come stanno e fare esattamente quello che ci sarebbe da fare. Ne ho io degli altri pronti che prenderanno il posto loro. Più idonei al loro mestiere”.

“Amen” concluse a quel punto la Sovraintendente.